Qwant e la sovranità digitale europea
Perché l’Europa sostituisce Google con un motore di ricerca francese e perché questo non basta.
Premessa: la notizia fresca di stampa
4 giugno 2026: il Parlamento europeo ha fatto qualcosa di insolito, finalmente, e ha cambiato il motore di ricerca predefinito su tutti i suoi computer istituzionali.
Via Google, dentro Qwant: un motore di ricerca francese fondato nel 2013, sconosciuto (o quasi) al grande pubblico.
La decisione, spiegata in una mail interna ai dipendenti, è che il nuovo motore di ricerca è «in linea con l’impegno del Parlamento a favore della sovranità digitale e della protezione dei dati personali degli utenti».
Sembra un dettaglio tecnico ma in realtà racconta qualcosa di molto più grande.
Questa relazione prova a spiegare quel qualcosa per cui… partiamo dall’inizio.
1. Trent’anni di ritardo
La tecnologia americana è ovunque
Fermiamoci a pensare un attimo alla nostra giornata tipo.
Ci svegliamo con uno smartphone: iOS di Apple o Android di Google cambia poco, di prodotti europei non ce ne sono.
Controlliamo le nuove mail su Gmail o Outlook (per ILCAM Zimbra), tutti sistemi americani.
Se il telefono “bippa” è perché abbiamo ricevuto un messaggio su Whatsapp, che è di Meta, altra mega azienda statunitense.
Arriviamo al lavoro e usiamo Windows sul computer alla scrivania, chi non usa Windows usa MacOS ma la musica suonata è esattamente la stessa.
Alla sera guardiamo i figli giocare su console prodotte da Microsoft o Sony, magari guardiamo un film o una serie su Netflix.
La nostra vita è, da decenni, improntata sull’uso di “americanate” ed è oggettivo ammettere che senza di loro oggi non sapremmo che fare.
Non è un caso.
È il risultato di trent’anni di assenza europea dal mercato tecnologico.
Mentre gli Stati Uniti, con la Silicon Valley, sfornavano aziende miliardarie, l’Europa stava a guardare, regolamentava e comprava servizi.
Il mito del garage e la realtà del Pentagono
La storia ufficiale della Silicon Valley è quella dei due ragazzi in un garage: Jobs e Wozniak, Hewlett e Packard; sono belle storie, peccato che siano parzialmente false.
La Silicon Valley non avrebbe mai preso vita senza il supporto infrastrutturale dell’apparato di difesa statunitense.
Internet stessa nasce da DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa americana, che sviluppa la tecnologia di comunicazione a pacchetti che è ancora oggi alla base del web (TCP/IP).
Quando lo Sputnik sovietico sorprese gli americani nel 1957, i vertici politici e militari capirono che chi controllava la tecnologia poteva controllare il mondo e la guerra fredda iniziò a combattersi sulla supremazia tecnologica.
Ancora negli anni ’80, l’amministrazione Reagan pompò capitali nella Silicon Valley attraverso due grandi programmi militari: lo Strategic Defense Initiative e lo Strategic Computing Initiative della DARPA.
Il punto sostanziale è questo: la Silicon Valley non è nata dal libero mercato ma è nata da investimenti pubblici massicci, mascherati da contratti militari.
L’Europa non ha mai avuto un equivalente: non ha mai avuto una guerra fredda tecnologica combattuta con quel tipo di risorse, non ha mai avuto una struttura come la DARPA capace di scommettere miliardi su tecnologie che magari non avrebbero funzionato.
La cultura del rischio e quella della prudenza
C’è poi una differenza culturale profonda, che non riguarda l’intelligenza delle persone, ma il modo in cui le istituzioni trattano il fallimento.
Nella Silicon Valley si può dire che fallire è quasi un titolo di merito. Gli investitori preferiscono chi ha già bruciato una startup: vuol dire che ha imparato. Il sistema del venture capital americano è costruito su questa logica: si scommette su dieci aziende sapendo che nove falliranno, ma la decima ripagherà tutto.
Gli investitori europei trattano il venture capital come se fosse private equity, applicando criteri tradizionali inadeguati in un mercato che cambia velocissimamente; l’approccio americano, basato su ambizione e risultati, produce rendimenti superiori e attrae talenti globali.
In parole povere: in Europa si finanziano le aziende come se fossero già solide, non come se potessero diventarlo.
Ho trovato dei numeri interessati su cui riflettere: i venture capitalist americani pesano il prodotto per il 74% e il mercato per il 68% nelle loro decisioni di investimento mentre quelli europei danno al modello di business e all’adeguatezza strategica un peso del 43%.
Diverge anche il fondatore ideale: in Europa si valorizzano passione e determinazione individuale mentre negli USA contano la coesione del team e la struttura organizzativa.
Tradotto: gli americani scommettono su “questa cosa può cambiare il mondo”, gli europei chiedono il “business plan” in triplice copia.
Il caso Olivetti, l’occasione perduta
La storia più dolorosa, che conosciamo più o meno tutti, chi più e chi meno, è quella di Olivetti.
Vale la pena raccontarla perché è esattamente il contrario del mito americano.
Nel 1959 Olivetti presenta l’Elea 9003: il primo computer totalmente a transistor in Europa, completato sei mesi prima dell’IBM equivalente; un passo tecnologico enorme, realizzato anche come capolavoro di design industriale firmato da Ettore Sottsass. L’azienda di Ivrea si trova a competere da protagonista con i giganti statunitensi e arriva addirittura a comprare aziende sul mercato americano.
Nel 1965, nonostante le difficoltà, la divisione elettronica riesce a mettere a punto la P101: il primo personal computer da tavolo della storia. E’ importante sottolineare come Steve Jobs e altri grandi nomi dell’informatica riconosceranno poi il proprio debito verso il progetto olivettiano.
Poi succede il disastro.
Nel 1960 muore improvvisamente Adriano Olivetti e poco più di un anno dopo muore in un incidente stradale anche Mario Tchou, l’ingegnere che era stato l’assoluto artefice dello sviluppo elettronico.
La crisi finanziaria che ne segue si somma alle divisioni interne alla famiglia.
Le banche italiane chiedono alla Olivetti il rientro immediato dei capitali e l’azienda è costretta a svendere la sua divisione elettronica, con tutta la rete di assistenza, alla General Electric americana.
Con quella vendita, l’Italia cede la propria testa tecnologica: non per mancanza di talento, non per mancanza di idee, per pura mancanza di un sistema finanziario disposto a sostenere l’innovazione nei momenti di crisi.
Negli USA, un’azienda in quella situazione avrebbe trovato fondi federali o venture capital.
In Italia, trovò banche che volevano indietro i soldi e subito.
I tentativi europei: Sophia Antipolis
L’Europa non è rimasta completamente ferma, ha provato, timidamente e senza convinzione a cambiare se stessa.
Il tentativo più serio e longevo è Sophia Antipolis, nemmeno a dirlo, in Francia; nel 1970 lo scienziato Pierre Laffitte propone di creare un parco tecnologico tra Nizza e Cannes, nell’entroterra della Costa Azzurra: un luogo dove università, centri di ricerca e aziende private coabitassero e si contaminassero.
Il parco oggi ospita 2.500 aziende, vale più di 5,6 miliardi di euro e impiega oltre 38.000 persone provenienti da 80 nazionalità.
Il risultato è interessante, ma anche lampante nei suoi limiti: IBM e Texas Instruments sono tra i fondatori della rete tecnologica della Costa Azzurra negli anni ’90, e la presenza di un’università è stata una condizione esplicitamente richiesta da IBM per espandersi lì.
Detto in altre parole: il polo tecnologico europeo per eccellenza è stato in parte costruito da aziende americane, che vi hanno portato i propri standard.
Il paradosso è perfetto: l’Europa crea le condizioni per l’innovazione, e poi le occupa con i colossi che vuole emulare.
Perché la differenza è strutturale, non culturale.
La sintesi è questa: la Silicon Valley ha funzionato perché aveva tre cose insieme che l’Europa non aveva e non ha ancora pienamente.
Finanziamento pubblico senza vergogna: gli americani hanno usato miliardi di dollari militari per costruire l’infrastruttura tecnologica e, attenzione, non l’hanno chiamato “sussidio statale”, che suona vergognoso, l’hanno chiamato “difesa nazionale”; il risultato nella sostanza è lo stesso.
Un mercato unico grande e omogeneo: una startup americana nasce in un mercato da 300 milioni di persone che parlano la stessa lingua, usano le stesse leggi (più o meno), pagano con la stessa moneta, hanno lo stesso presidente e organi di governo.
Una startup europea nasce in un mercato frammentato in 27 paesi, 24 lingue ufficiali e regolazioni diverse.
Una cultura del fallimento tollerante: qui forse la differenza più grande e più importante.
La cultura imprenditoriale europea è tradizionalmente avversa al rischio, con una minore propensione all’investimento in progetti innovativi ma rischiosi.
Il fallimento in Europa è ancora uno stigma, in America fa parte del curriculum.
Olivetti aveva il talento, Sophia Antipolis aveva/ha le strutture, quello che è mancato – e manca ancora in parte – è il sistema complessivo che trasforma il talento in scala globale.
Non dimentichiamo che l’inventore del primo microprocessore è Federico Faggin, ma l’invenzione è nata in una minuscola startup americana chiamata Intel.
Il rischio concreto oggi
Finché si trattava solo una questione di “comfort digitale” si poteva anche sorvolare, ma il mondo è cambiato.
Nel 2022, gli Stati Uniti (Amministrazione Trump #1 nemmeno a dirlo…) hanno vietato a Huawei (azienda cinese) l’accesso ai chip americani, tagliandola fuori dal mercato globale quasi dall’oggi al domani.
In Europa, la domanda che molti si pongono adesso è: “Potrebbe succedere anche a noi?”, “Potrebbe un governo americano, in uno scenario di tensione geopolitica, revocare o condizionare l’accesso alle proprie tecnologie?”.
La risposta onesta è: sì, potrebbe, e le conseguenze sarebbero severe. E’ probabile che non succeda perchè l’Europa genera il 40% dei ricavi delle hi-tech americane, ma sì, potrebbe succedere.
Sicuramente può succedere (E’ GIA’ SUCCESSO!) che alcuni servizi cambino prezzi unilateralmente o alcuni servizi prima gratuiti, diventino improvvisamente a pagamento.
Uno studio del Parlamento europeo del 2025 ha messo nero su bianco i numeri: AWS, Microsoft Azure e Google Cloud controllano circa il 70% del mercato cloud europeo; la quota dei provider europei è scesa al 13%.
Va molto peggio nel software aziendale, dove l’80% della spesa europea finisce a fornitori americani.
Il CEO di Ecosia (uno dei motori di ricerca europei, quello che “pianta gli alberi”) lo ha detto con una frase che vale la pena citare: «Se gli Stati Uniti decidessero di revocare l’accesso alla propria tecnologia all’Europa, dovremmo tornare agli elenchi telefonici».
2. Cosa c’entra il motore di ricerca
Prima di Google c’era il caos
Negli anni Novanta, io li ho vissuti in prima persona, trovare qualcosa su internet era un’avventura. C’erano le directory (elenchi curati a mano), portali generalisti come Yahoo, motori di ricerca rudimentali come AltaVista che cercavano parole nelle pagine ma senza capirne il senso.
Il risultato era molto spesso più che deludente: chi cercava informazioni su un argomento preciso doveva pazientare, affinare, riprovare.
La rivoluzione di Google
Google cambia tutto nel 1998 con un’intuizione semplice ma geniale: non conta solo cosa c’è scritto in una pagina, ma l’importanza è tanto più alta quanto più le altre pagine la citano.
In altre parole: se molti siti puntano a un certo articolo, quell’articolo è probabilmente importante.
L’algoritmo si chiama PageRank, non Page da pagina, ma dal nome dell’ideatore Larry Page, che si dice l’abbia intuito perchè appassionato di scacchi (una posizione è tanto più importante, quanto maggiore è il numero di pezzi che la puntano).
In pochi anni Google diventa sinonimo di ricerca, tanto che in italiano “googolare” è entrato nel vocabolario comune.
Oggi Google gestisce circa 8,5 miliardi di ricerche al giorno (il dato è pubblico) e detiene il 90% del mercato globale dei motori di ricerca; in Europa la quota è ancora più alta: 95%.
Il vantaggio vero: i dati accumulati
Google e Bing (Bing è il “secondo” motore di ricerca, di proprietà di Microsoft) non sono superiori solo per l’algoritmo, ma sono superiori perché hanno anni di dati comportamentali: sanno cosa cercano gli utenti, sanno quali risultati cliccano, sanno quanto tempo ci restano.
Ogni ricerca effettuata oggi, rende il sistema migliore domani.
È un vantaggio che si accumula nel tempo e che è quasi impossibile replicare da zero; chi arriva dopo parte già svantaggiato, non perché sia meno intelligente, ma perché non ha quella storia di richieste e risposte.
La storia di Bing insegna
Microsoft è partita dopo Google, esattamente nel 2004, con 6 anni di ritardo.
Ma sapete quanto ha investito e che risultati ha raggiunto Bing nel tempo?
La risposta ce l’ha data direttamente il CEO di Microsoft, e il dato deve sorprendere.
Nel 2023, durante il processo antitrust del Dipartimento di Giustizia americano contro Google (perchè gli hanno fatto un processo per posizione dominante a Google… mica noccioline), Satya Nadella ha stimato che Microsoft ha investito circa 150 miliardi di dollari in Bing nel corso dei 20 anni precedenti. «È un gioco difficile in cui fare progressi, ma nessuno può accusarci di non essere persistenti», ha dichiarato Nadella (fonte Digital Compass).
Nonostante questo investimento colossale, e nonostante Bing sia oggi redditizio, il motore ha raggiunto solo una quota a singola cifra nel mercato della ricerca mobile, e poco di più, nell’ordine del 10 – 15%, in quello desktop (l’articolo era di Italia Oggi).
La timeline Bing è questa:
1998: Microsoft lancia MSN Search, comprando i risultati da altri motori (Inktomi, poi AltaVista)
2004-2005: Primo crawler proprietario: Microsoft decide di costruirsi un indice tutto suo
2009: Nasce ufficialmente il brand “Bing” (indicizzazione in corso, risultati parziali)
2011: Bing sta perdendo ancora un miliardo di dollari al trimestre
2016: Finalmente Bing raggiunge la redditività per la prima volta e sono passati sette anni dal lancio del brand: la CFO Amy Hood annuncia che Bing ha superato il miliardo di dollari di ricavi in un singolo trimestre (articolo di Prisma Magazine).
Ma perché c’è voluto così tanto tempo e perché, comunque, la penetrazione di mercato è rimasta così contenuta?
La spiegazione la dà sempre Nadella, che ha dato la sua personale visione sul perché 150 miliardi non siano bastati a battere Google: «Bing ha faticato ad aumentare la sua quota di mercato in parte perché essere il motore predefinito su miliardi di dispositivi significa che Google riceve enormi quantità di dati dalle query di ricerca, dati che aiutano Google a capire su larga scala cosa interessa agli utenti. Questo “dato dinamico” ha permesso a Google di restare avanti a Bing per anni» (sempre l’articolo di Italia Oggi)
Nadella ha aggiunto che costruire un concorrente da zero è molto difficile perché comporta sia costi fissi sia costi variabili che crescono man mano che si acquista quota di mercato.
In Silicon Valley, la ricerca su internet è considerata una delle più grandi “zone vietate” dove anche solo ipotizzare un progetto significa bruciarsi la carriera.
Morale: 150 miliardi investiti, 12 anni di perdite, 10% di quota di mercato raggiunta… non si colma il divario con una legge o con il supporto della politica: Qwant è destinata a fallire miseramente in questa rincorsa, anche per altri motivi che spiego sotto.
3. Il prezzo invisibile di una ricerca gratuita
Niente è veramente gratis
Google non chiede un euro per cercare qualcosa, ma ha un modello di business che vale centinaia di miliardi di dollari all’anno: come ci riesce?
La risposta è nella pubblicità, e la pubblicità funziona tanto meglio quanto più sa chi siamo.
Allora Google raccoglie tutto: cosa cerchiamo, quando la cerchiamo, da dove siamo arrivati, su quale dispositivo stiamo eseguendo la ricerca, per quanto tempo rimaniamo nelle pagine: ogni clic è un’informazione e ogni ricerca è un dato.
La profilazione: come funziona
La profilazione è come un diario tenuto da qualcun altro: ogni giorno, senza che noi lo sappiamo, qualcuno annota le nostre curiosità, le nostre paure, i nostri desideri, i nostri problemi di salute, i nostri interessi politici e sportivi.
E’ quel diario che viene poi usato per mostrarci pubblicità mirata e venduto (ATTENZIONE! in forma aggregata, non dettagliata con nome e cognome, dettaglio importante) a chi vuole raggiungerci con pubblicità o campagne di marketing.
Non è fantascienza, è quello che succede ogni volta che cerchiamo qualcosa su Google, Bing o Yahoo.
E’ il dato personale – parliamo del nostro comportamento, non il nostro nome – la moneta di scambio per il servizio che riceviamo e che non paghiamo.
Il problema europeo è dove finiscono i dati
C’è però un problema specificamente europeo: questi dati, prodotti da cittadini europei, che riguardano cittadini europei, finiscono su server americani, gestiti da aziende americane, sottoposte unicamente alla legge americana.
E’ qui che casca il palco e nasce il vero problema, perché la legge americana include il CLOUD Act del 2018: si tratta della norma che permette alle autorità statunitensi di accedere ai dati detenuti da aziende americane anche se fisicamente conservati in Europa.
Tradotto: significa che il dato di un cittadino europeo non è mai davvero al sicuro dalla giurisdizione americana e da un accesso non consentito.
La Corte di Giustizia dell’UE lo ha detto chiaramente con la sentenza Schrems II (2020): trasferire dati personali verso gli Stati Uniti è problematico, perché le garanzie americane non sono equivalenti a quelle europee.
Una nota importante: se parlassimo unicamente di ricerche su google, questa sezione potrebbe essere svilente. Nella realtà gli utenti “autenticati” (sui PC windows chi ha eseguito la login google, sui device android TUTTI) conferiscono a google dati che vengono archiviati nei propri profili, per cui parliamo di dati assolutamente personali…
4. Qwant è la risposta europea
Chi è Qwant
Qwant nasce a Parigi nel 2013 da un’idea semplice: facciamo un motore di ricerca che rispetta la privacy degli utenti, non li traccia, non vende i loro dati.
I server sono in Europa, l’azienda è soggetta alla legge europea.
da segnalare che questa non è un’iniziativa puramente privata perché tra i finanziatori ci sono la Caisse des Dépôts (l’equivalente francese della nostra cassa depositi e prestiti) e diversi fondi europei; questo è un segnale politico preciso: questo progetto ha un significato che va oltre il “fare business”.
Negli anni, Qwant è stato adottato da alcune pubbliche amministrazioni prevalentemente in Francia e, un po’ meno, in Germania, e ora, appunto, dal Parlamento Europeo, rimane comunque una microimpresa che fattura meno di 5 milioni di euro all’anno…
Come funziona tecnicamente
Qwant ha un proprio sistema di indicizzazione del web, cioè scansiona le pagine e costruisce il proprio archivio alla stregua di quanto fanno Google e Bing; però l’archivio è molto più piccolo.
Per compensare le lacune, integra parte dei risultati con l’indice di Microsoft Bing, che è pubblicamente accessibile.
Ho trovato “googolando” che analisi indipendenti suggeriscono che circa il 39% dei risultati di Qwant differisca da quelli di Bing, il che fa pensare al fatto che meno della metà dei risultati provenga dal proprio indice (la proporzione esatta varia comunque a seconda del tipo di ricerca).
La novità: l’indice europeo Staan
Qwant e Ecosia (è un motore di ricerca tedesco) hanno avviato un progetto comune chiamato European Search Perspectives (EUSP), con sede a Parigi, per costruire un indice di ricerca europeo autonomo, soprannominato Staan; l’obiettivo è ridurre la dipendenza da Bing e avere un’infrastruttura veramente indipendente.
Il progetto doveva essere operativo già nel 2025 – non lo è mai diventato, comunque – ed è probabile che anche questo fatto abbia convinto il Parlamento Europeo a scommettere su Qwant proprio ora: non tanto il prodotto attuale, ma la direzione di viaggio e il punto di atterraggio previsto.
5. Il nodo della qualità: perché Qwant non è Google (e non è nemmeno Bing)
Il problema dell’indice
Costruire un indice del web è enormemente costoso.
Google ha impiegato decenni e miliardi di dollari, Microsoft ne ha impiegati 150 e Qwant parte con molte, molte, molte meno risorse e un indice molto più piccolo.
Il risultato è che su quasi tutte le ricerche, soprattutto quelle locali, notizie recenti, contenuti in lingue meno diffuse, i risultati sono enormemente meno precisi.
Il problema dei dati comportamentali
Qui sta il paradosso fondamentale di Qwant: il suo vantaggio competitivo “non traccio gli utenti” si traduce nel suo principale svantaggio tecnico.
Google è bravo perché sa cosa abbiamo cliccato l’ultima volta, quanto tempo ci siamo rimasti, se siamo tornati indietro subito o se abbiamo scrollato la pagina, mentre Qwant, per sua scelta, non sa niente di noi.
Quindi Qwant non può imparare a “cercare meglio” dai nostri comportamenti per migliorare i risultati della ricerca.
Qui è questione di scelta: se scegliamo la privacy, accettiamo una qualità inferiore; il problema è che, per un utente comune, come noi, questo si traduce in frustrazioni concrete perché “non si trova ciò che si cerca”, questo va messo in conto.
I test indipendenti
Ci sono alcuni test condotti da ricercatori indipendenti che hanno messo a confronto i principali motori di ricerca.
Il verdetto su Qwant è quasi sempre lo stesso: buone intenzioni ma risultati assolutamente deludenti.
Le critiche ricorrenti riguardano la ricerca locale recente, che risulta essere molto debole, indicatore del fatto che il processo di indicizzazione è lento; i filtri per data, insoddisfacenti; i risultati su query specifiche o in lingue diverse dall’inglese e dal francese del tutto scadenti.
In termini di velocità, Qwant risulta anche 10 volte più lento nella restituzione dei risultati rispetto a DuckDuckGo e 50 volte più lento di Google e Bing.
Quote di mercato: i numeri sono chiari
I numeri del mercato sono impietosi: in Europa, a maggio 2025, le ricerche degli utenti si sono divise così:
- Google: 89,45%
- Bing: 4,11%
- DuckDuckGo: 0,83%
- Ecosia: 0,36%
- Qwant: non rilevabile nelle statistiche globali (< 0,1%), incluso nei “vari”
La realtà è che Qwant non ha ancora trovato una strada verso una minima adozione di massa e il suo utilizzo rimane confinato a nicchie di utenti “consapevoli” e ad alcuni contesti istituzionali (PA).
NOTA: Ecosia compare con uno 0,36%. Ecosia è Europa, Germania. Perchè il parlamento europeo allora ha scelto Qwant? Perchè Strasburgo è in Francia, ragazzi… Noi siamo DOMINATI dai francesi…
6. Il quadro normativo europeo
Le norme che spingono verso soluzioni europee
La scelta del Parlamento europeo non nasce dal nulla, comunque.
Negli ultimi anni, l’UE ha costruito un sistema normativo che spinge, in alcuni casi obbliga, a ripensare il rapporto con le grandi piattaforme tecnologiche americane.
GDPR – Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (2018)
È la norma più nota e stabilisce che i dati personali dei cittadini europei devono essere trattati con garanzie precise: consenso informato, minimizzazione dei dati, diritto all’oblio; un motore di ricerca che non raccoglie dati è, per definizione, più “GDPR-compatibile” di uno che li raccoglie tutti.
Digital Markets Act – DMA (2022)
Questa norma si rivolge ai cosiddetti “gatekeeper”: le grandi piattaforme (Google, Apple, Meta, Microsoft) che controllano l’accesso al mercato digitale. Il DMA le obbliga a rendere accessibili i propri dati e a non favorire i propri servizi rispetto ai concorrenti.
Indirettamente, questo aiuta Qwant: il DMA ha reso obbligatorio per Google e Microsoft condividere alcune categorie di dati di ricerca, cosa che può aiutare i motori alternativi a migliorare la qualità dei propri risultati.
Sentenza Schrems II – Corte di Giustizia UE (2020)
Una sentenza che ha scosso il mondo dei dati dove la Corte ha dichiarato invalido l’accordo che permetteva di trasferire liberamente dati europei verso gli USA, perché la legislazione americana (in particolare la sorveglianza dei servizi di intelligence) non garantisce una protezione equivalente a quella europea.
Principalmente questo crea una pressione giuridica concreta verso soluzioni che mantengano i dati in Europa.
Tech Liberation Day – Commissione Europea (giugno 2026)
Proprio in concomitanza con la decisione del Parlamento su Qwant, la Commissione europea ha presentato un pacchetto di misure sulla sovranità tecnologica.
Il messaggio politico di oggi è chiaro: l’Europa vuole ridurre la dipendenza dalle Big Tech straniere e costruire alternative proprie.
7. Le criticità: perché questa storia è più complicata
Un gesto simbolico in un ecosistema dipendente
Installare Qwant come motore predefinito nei computer del Parlamento europeo è una scelta significativa, ma rimane, oggi, un segnale e una bandiera più che una svolta.
Innanzi tutto c’è una sottigliezza che va interpretata, nello specifico è successo che la formulazione che è circolata in molti articoli giornalistici (“il Parlamento Europeo sostituisce Google con Qwant”) può essere facilmente fraintesa.
Nella realtà, il punto fondamentale è che Qwant diventa il motore di ricerca predefinito sui dispositivi e sistemi utilizzati dal Parlamento Europeo, ma gli utenti mantengono la possibilità di scegliere autonomamente un altro motore.
La forma della comunicazione e la sostanza dei fatti differiscono e sono importanti:
- Motore predefinito è quello utilizzato automaticamente alla prima configurazione (PC nuovo) ma l’utente può cambiarlo, se vuole
- Motore esclusivo o obbligatorio è quello che l’utente non può cambiare
Da quanto ho letto nei documenti, non si tratta di un divieto di usare Google né di un blocco tecnico, ma piuttosto di una scelta organizzativa simbolica coerente con la strategia di sovranità digitale:
- il default viene impostato su una soluzione europea;
- gli utenti conservano la libertà di scegliere altre soluzioni, se necessario;
- l’obiettivo è ridurre la dipendenza da fornitori extra-UE.
Questo approccio mi sembra anche peraltro coerente con altre normative europee, ad esempio il Digital Markets Act, che tendono a favorire la libertà di scelta dell’utente a discapito dell’imposizione di un unico fornitore specifico.
Come ho già detto sugli stessi computer gira Windows, le email passano per Microsoft Outlook, i documenti vengono gestiti con Microsoft Office e i dati istituzionali sono su cloud di AWS o Microsoft Azure.
Cambiare il motore di ricerca predefinito in questo contesto è un nulla nella pratica.
La dipendenza da Bing non è superata
Per più di metà dei suoi risultati Qwant si appoggia ancora a Microsoft Bing.
Questo, piaccia o non piaccia, significa che la “sovranità” è solo parziale e i dati europei cercati su Qwant possono comunque transitare attraverso infrastrutture Microsoft.
Il progetto Staan punta a risolvere il problema, ma i tempi di realizzazione di un indice veramente autonomo sono lunghi e i costi sono enormi.
Il modello di business è fragile
Google può investire miliardi nell’algoritmo perché guadagna miliardi dalla pubblicità profilata dove Qwant, che non profila gli utenti, ha un modello di ricavi molto più limitato: pubblicità contestuale (basata sulla ricerca in corso, non sul profilo dell’utente) e accordi B2B molto limitati.
I ricavi sono stati stimati intorno ai 5 milioni di euro, noccioline, che sono una frazione di quanto Google spende in una singola giornata di sviluppo software.
Questo significa che gli investimenti in tecnologia, qualità e infrastruttura sono inevitabilmente enormemente inferiori.
Il divario di qualità con Google non è destinato a chiudersi.
La vera domanda aperta
Può un’azienda europea competere strutturalmente in questo settore senza gli stessi dati e la stessa scala?
La mia personale risposta di oggi è: difficilmente, senza un supporto pubblico sistematico e di lungo periodo.
Il mercato da solo non produce alternative a Google, perché il vantaggio accumulato da Google è troppo grande.
Nemmeno un colosso come Microsoft ce l’ha fatta.
Se l’Europa vuole davvero una soluzione, deve decidere se è disposta a finanziarla come infrastruttura pubblica, esattamente come si finanziano le autostrade o le reti elettriche.
Conclusione: Qwant può andare bene come orientamento, ma non basta
Qwant sembra essere un prodotto onesto, con una missione chiara e, soprattutto, valori condivisibili perché anche io credo che la privacy degli utenti sia un bene reale, la sovranità digitale sia un obiettivo legittimo, e avere server europei soggetti alla legge europea è sicuramente meglio che non averli.
E’ però anche un prodotto con limiti evidenti: qualità dei risultati inferiore, dipendenza parziale da Bing, modello economico molto fragile, quota di mercato meno che irrilevante al di fuori dei contesti istituzionali.
La sua adozione da parte del Parlamento europeo è un segnale politico importante e arriva in un momento in cui il dibattito sulla dipendenza tecnologica dall’America è diventato urgente, ma per un’azienda privata che deve scegliere il proprio motore di ricerca, Qwant oggi non è la scelta giusta per ragioni pratiche: non può garantire la stessa qualità e completezza di risultati che la produttività quotidiana richiede.
La lezione più grande che questa vicenda ci deve lasciare, è un’altra: la tecnologia non è mai neutra, è politica, è economica, è geopolitica.
L’Europa, ahimè, ha impiegato trent’anni a capirlo e solo ora sta cercando di correre ai ripari; Qwant è un pezzo di quel tentativo, per me un pezzo piccolo, imperfetto e tardivo.
Ma è un inizio, meglio di niente.
(I miei complimenti a chi è giunto a questo punto della lettura)
Principali riferimenti normativi citati:
GDPR — Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, 27 aprile 2016
Digital Markets Act — Regolamento (UE) 2022/1925 del Parlamento europeo e del Consiglio, 14 settembre 2022
Sentenza Schrems II — Corte di Giustizia dell’UE, causa C-311/18, 16 luglio 2020
CLOUD Act — Clarifying Lawful Overseas Use of Data Act, legge federale americana, 23 marzo 2018
Studio sulla dipendenza digitale europea — Parlamento europeo, commissione ITRE, 2025
Adozione di Qwant al Parlamento europeo — comunicazione interna, 4 giugno 2026 (fonte: Politico/Reuters)